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1.6.2008
FESTA DI SAN SANCIO
Il Prossimo appuntamento degli Arakne Mediterranea sarà nel borgo di Fontanavecchia, nel comune di Faicchio (BN) in onore della Festa di San Sancio. ...
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21.4.2008
GRANDE FESTA A CASTELLO MONACI
Dopo Il magnifico successo del vino di Castello Monaci, premiato l’anno scorso con il premio Piluna Primitivo che gli ha premesso di vincere l’oscar Nazionale qualità prezzo, ...
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10.3.2008
ARAKNE MEDITERRANEA AI CANTI DI PASSIONE
Questa anno la compagnia Arakne Mediterranea parteciparà alla rassegna Canti di Passione, organizzata dalla Grecià Salentina, la rassegna giunta alla 5° Edizione, ...
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29.2.2008
LE MUSICHE DI ARAKNE MEDITERRANEA A SANREMO
Nella puntata del 26 Febbraio, intorno alle ore 11:30 nelle diretta del festival di Sanremo, è Arakne Mediterranea con la sua musica a guidare Bianca Guaccero la presentatrice Pugliese e madrina del F ...
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Oggi sopravvivono tre forme di danze degli attarantati di un tempo:
1) La Pizzica-Taranta: danza curativa individuale (e collettiva) che prende origine dall’antichissimo rito di guarigione dei tarantati e dal loro pellegrinaggio a Galatina (nei pressi di Lecce),di cui si è avuta l’ultima testimonianza il 29 giugno 1993,con le danze finali di un anziana donna tarantata che ha eseguito il rito danzato per ventisei anni.(cfr;Di Lecce,G.La danza della piccola taranta,Roma,1994).
Questa danza osservata e descritta sin dal Medioevo è scandita da ritmi e melodie che vanno dal “lento” al “vivace”. Gli esempi riportati dalla letteratura popolare (sec. XV - XX) descrivono infinite forme di danza dei tarantati con diversi oggetti e accessori (spade, fazzoletti, nastri, specchi, ventagli, conchiglie ecc.) E.De Martino e la sua equipe,con l’etnomusicologo D.Carpitella, a seguito della loro spedizione nel Salento,negli anni Sessanta, inserirono questa danza, nel contesto di un vasto fenomeno culturale che riconosceva un organico sistema mitico-rituale di cui la pizzica-tarantella costituiva il momento risolutivo (De Martino,E.La terra del rimorso,Milano,1994,ristampa).
Essa ha continuato ad essere praticata in casa o in cappella,sempre meno, fino alla recente scomparsa.Permane nella memoria della gente,e la musica risanatrice viene ora riproposta in concerti e spettacoli,assieme alle danze.
2) La Pizzica de core (della gioia) si danza,oggi,soprattutto in occasione di feste popolari, di matrimoni, battesimi, feste familiari,ed è ,fondamentalmente,una danza saltata di coppia mista a ritmo veloce che viene ballata da tutti, grandi e piccoli, diventando espressione di sentimenti di gioia, amore (corteggiamento), entusiasmo, passione.Un tempo si danzava,in famiglia,in gruppo a file di coppie frontali o a quadriglia.Il giudice L.De Simone, nel 1876,distingueva,nelle sue descrizioni,la Taranta,la Pizzica-pizzica e la Tarantella.Se la prima è indubbiamente la danza di guarigione,di cui si conoscevano dodici diversi motivi(muedi),tra i quali la Monachella,la Filanda,il Ballo a botta,la seconda deriverebbe da essa,ossia dalla Tanza de quiddhu ci la Taranta pizzica (Danza di colui che è morsicato dalla Tarantola),che con qualche regola coreografica diventava la Pizzica-pizzica,danza salentina.La Tarantella invece,che prenderebbe come pretesto la Tarantola, sarebbe un’altro ballo, con accompagnamento in minore e in tempo 6/8, a sua volta sistemato e danzato anche in altre regioni (Campania).La Tarantella tarantina sarebbe meno,la napoletana,più conosciuta.(Cfr.De Simone,L.G.La vita nella terra d’Otranto,Lecce,1996).Recentemente anche i più giovani,sull’onda di ritmi latini e caraibici,hanno ripreso a danzarla,a suonare i tamburelli a divertirsi nelle feste fra studenti e amici;formando gruppi di musica popolare,techno,rap ecc..
3) La Pizzica-scherma (danza dei coltelli) si danza la notte tra il 15 e il 16 agosto,durante la festa di S. Rocco,a Torrepaduli, presso Ruffano (Lecce).
E' una danza rituale di coppia,a tema antagonista, che in passato prevedeva la presenza di coltelli nelle mani dei danzatori,e radunava i migliori suonatori di tamburelli attorno ad interminabili ronde di danze e sfide,che si protraevano per tutta la notte.A.Gramsci,nelle sue Lettere dal carcere,in data 11 aprile 1927,ne da una descrizione,dalla caserma dei Carabinieri di Castellammare A.:pugliesi,calabresi e siciliani svolgono un’accademia di scherma del coltello,secondo le regole dei quattro Stati della malavita (Siciliano,Calabrese,Pugliese e Napoletano..)Oggi i coltelli sono sostituiti dalle dita indice e medio della mano, che colpiscono(come armi affilate)il petto dell’avversario,il tutto accompagnato da movimenti danzati agili ed eleganti.E’ prevalentemente danzata da uomini e si accompagna con tamburelli e armonica a bocca a ritmo di tarantella-pizzica; le azioni, i gesti, gli attacchi e le parate derivano da antichi codici d’onore e di rispetto che regolavano la gerarchia e le dispute nel mondo degli zingari, commercianti di cavalli.
Giorgio Di Lecce
NOTE STORICHE
Intorno al X secolo, si conosceva già in Italia un ragno chiamato Tarantola,capace di creare disturbi all’uomo.Ben più pericoloso era il Latrodectus o Vedova nera,il cui veleno poteva portare alla morte.Ambedue questi ragni hanno abitato, e continuano ad abitare, l’Italia e le coste del Mediterraneo.A causa di alcuni episodi di morso velenoso curato con la musica e la danza,si diffuse questa pratica in tutto il meridione d’Italia, come attesta il primo documento del 1362:Sertum papale de venenis,di Guglielmo di Marra da Padova.A partire dal XIV secolo, questa danza fu considerata curativa, cioé capace di guarire dal veleno ipotetico (o reale) della tarantola. Il tarantato era stimolato da particolari ritmi di tamburo,da particolari suoni e colori.
Più tardi,intorno al 1600, queste danze e musiche, originarie della regione di Taranto, presero il nome di Tarantelle.
La presenza di ragni velenosi,pericolosi per l’uomo,è documentata,sin dall’antichità,da autori greci e latini: Solino,nel 250 ,già indicava dei decessi causati da Latrodectus nell’isola di Creta.
Ancora in una stampa cretese del ‘600 troviamo scritto:Ciò che gli antichi hanno chiamato Phalangium è una specie di insetto che i Greci di questa isola [Creta] chiamano ancora Sphalangi.E’un animaletto molto pericoloso, non più grosso di un ragno e nemmeno molto differente [da esso]. ha otto piedi, quattro per ogni lato, e altrettante zampe, che hanno le loro articolazioni e le loro giunture e che terminano in due piccoli artigli ricurvi. Queste zampe sono disposte in maniera tale che egli puo’ avanzare e indietreggiare con egual destrezza e con la stessa facilità, di modo che quelle anteriori sembrano destinate a marciare in un senso, quelle di dietro in un altro. Esso, solitamente, sta in dei buchi che scava sotto terra obliquamente e che hanno molti piedi di profondità. Non vi entra che all’indietro, soprattutto quando è gravato da qualche alimento che è obbligato a trascinarsi dietro. Esso ha la precauzione di coprirne l’ingresso con un po’ di paglia, così che la terra tutt’intorno venendo a franare e a cadervi sopra ne nasconda la vista.Questa descrizione è della Tarantola!
Secondo il naturalista tedesco W. Katner (1956 )che partecipò alla spedizione di De Martino, a partire dal XVII secolo, queste epidemie coreutiche si manifestarono sotto forma di feste popolari, in cui ,musicisti e partecipanti provenivano da differenti villaggi e di cui erano principali protagoniste le donne.La popolazione pugliese, dal carattere molto tradizionalista, obbligò la Chiesa ad adattare il Cristianesimo a quelle tradizioni popolari, cioé a far coincidere il suo calendario cristiano con i giorni delle feste tradizionali locali, a costruire le sue chiese vicino ai templi e a sostituire le antiche divinità con i suoi Santi.Ma le manifestazioni con danze sfrenate rimasero inaccettabili per la Chiesa e furono proibite.
Malgrado ciò, questi riti, profondamente radicati nella popolazione, continuarono, durante il Medio Evo, ad essere praticati al di fuori delle funzioni religiose ufficiali, fino a divenire oggi delle danze popolari durante le feste locali.
Nel corso di queste manifestazioni popolari, le danzatrici e i danzatori più sfrenati erano considerati come: ATTARANTATI
Fingono questi esser stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto (da cui son nominati) ed esser caduti in quell’infirmità, che li rende come pazzi. Vibrano e sbattono la testa, tremano con le ginocchia, spesso al suono cantano e ballano, agitano le labbra, stridono co’ denti e fanno azioni da matti. Niente chiedono, ma il compagno guidone notificando per tutto ch’egli è attarantato, chiede e raccoglie elemosina per loro: oh ingegno, oh arte inaudita per li passati secoli! (R. Frianoro, Il Vagabondo, Viterbo, 1621).
Giorgio Di Lecce
1. La pizzica-taranta.
La danza dei tarantati, da molti studiata e documentata a partire dal XIV secolo col nome di tarantismo (o malattia della danza), non era un fine ma un mezzo a disposizione del popolo salentino per poter uscire o liberarsi dalle miserie e dai dolori personali e sociali da cui era affetto. Il medico tedesco J.F. Hecker ricorda nella sua pubblicazione del 1838 dal titolo Danzimania (nuova edizione Besa, Nardò, 2001),che : dal Medioevo al ‘600, per ben sedici volte la popolazione dell’Italia meridionale fu colpita da peste ed epidemie. Verso la fine del ‘400 chiunque fosse stato morsicato dal ragno velenoso (o si credesse tale) presentavasi ogni anno ovunque risonava l’allegra tarantella. Quivi accorrevano in folla le donne curiose, e contraevano la malattia, non del Morso ma del veleno morale, e la cura dei tarantati divenne, a poco, a poco, una vera festa popolare, che aspettavasi colla più viva impazienza. E non dimentichiamo neanche, che nel nord Europa, nello stesso periodo, interi villaggi erano contagiati dai danzatori del Ballo di S. Vito e del Ballo di S. Giovanni.Da allora fino a oggi studiosi di scienza medica ed autorità ecclesiastiche sono intervenuti per smentire la credenza popolare dei poteri miracolosi sia della musica che dell’acqua del pozzo della cappella di S. Paolo a Galatina contro il veleno della famosa Lycosa Tarentula. Non danze, canti e tamburi erano il rimedio contro quel veleno, ma la fede e la medicina.Ma,nonostante i rimedi medici e la protezione dei Santi (Paolo,Giovanni,Donato,Vito,Pantaleo)in molti abitanti del Salento è rimasta viva e forte la paura del morso dell’animale velenoso (Latrodectus o Vedova nera, serpente o scorpione), e altrettanto forte è rimasto,fino a pochi decenni fa, il bisogno di ricorrere alla pizzica -danza, canto e tamburello- per cercare una soluzione alla propria sofferenza.
E’ interessante notare come,ancora negli anni cinquanta,l’etnomusicologo M. Schneider nel suo libro La danza de la Spada y la Tarantela del 1948 sostenesse: Quanto alla tarantella, sarebbe una di quelle danze “animaliere” nelle quali i partecipanti pretendono d’identificarsi con certi animali considerati come l’incarnazione degli spiriti dei morti che, quando sono scontenti, arrecano agli uomini la malattia e la morte […] Si opera con queste danze una sorta di auto-vaccino ritmico che apporta beneficio al malato. Adattando il ritmo alla malattia o identificandosi allo «spirito» o all’animale che ha causato la malattia, questo viene riconosciuto e combattuto da sé attraverso l’inversione di tutti i valori. Una volta parzialmente assoggettate al medico -danzatore o cantante- le forze distruttrici servono a combattere e a eliminare completamente queste stesse forze negative che hanno eletto domicilio nel corpo del malato […] Ed elencasse le venti manifestazioni stravaganti che raccolgono tutto il reperotorio di danze curative (le antiche danzimanie) descritte dalle fonti scritte e orali.
Le manifestazioni stravaganti:
1 - I tarantolati saltano, dormono, cantano, scavano buchi nella terra, li riempiono d’acqua e vi sguazzano come dei maialini.-2 - Essi tuffano nell’acqua le mani, le braccia, la testa e il collo e si comportano come anitre.-3 - Essi si piazzano al centro di un cerchio di persone e brandiscono delle conchiglie piene d’acqua ornate di erbe verdi.-4 - Essi si divertono tra le tombe, discendono nelle fosse e si mettono dentro una bara.-5 - Sbattono le ginocchia e si rotolano per terra come se fossero epilettici.-6 - Sospirano, gridano e urlano come dei cani o immaginano d’essere dei pesci.-7 - Perdono la memoria o la voce.-8 - Prendono degli specchi e vi si guardano sospirando profondamente.-9 - L’ora in cui provano più sollievo si colloca in prossimità del mezzogiorno.-10 - Si appendono a degli alberi dai piedi, col capo all’ingiù.-11 - Sono alleviati dal canto delle rondini e delle lavandaie.-12 - Non possono coricarsi o riposare senza tenere nelle mani una conchiglia o un vaso di vetro pieno d’acqua.-13 - Sono alleviati dal trotto di un asino.-14 - Credono talvolta di essere dei Re, talvolta dei Soldati o dei Pastori. Tengono dei discorsi magniloquenti e reclamano dei vestiti lussuosi e di colori chiassosi.-15 - Portano delle foglie di vite.-16 - Hanno orrore dei colori scuri, mentre piace loro particolarmente il colorito roseo.-17 - È legata a quest’amore per il colore rosso una forte nota erotica e ad un certo momento una specie d’idrofobia o per lo meno una marcata avversione per l’acqua chiara.-18 - Chiedono d’esser frustati (piedi, schiena).-19 - Una certa musica o danza chiamata catena puo’ essere sostituita alla tarantella.20 - Prendono delle spade con le quali saltano, danzano, simulano una lotta. Mormorano degli incantesimi e prendono la spada nella bocca o si sdraiano su di essa.»
Giorgio Di Lecce
2. La pizzica de core (o pizzeca-pizzeca)
Questa danza,giunta fino ai nostri giorni, principalmente attraverso la memoria orale, presenta le figurazioni specifiche delle danze saltate a coppia con un tema amoroso,di corteggiamento o scherzoso.Secondo le indicazioni dei più anziani, è l’uomo che saltellando con maestrìa gira intorno alla donna che invece mantiene un atteggiamento fiero, ma staccato e si serve del fazzoletto come elemento di contatto e comunicazione.
Le azioni si compongono di saltelli ritmici laterali o frontali alternati,con il piede d’appoggio che viene presentato al patner a mò d’invito.In alcuni momenti il piede batte il suolo ritmicamente insieme con il tamburello che accompagna la danza:alcuni lo riferiscono al gesto di schiacciare il ragno,altri ad una richiesta di attenzione.Una delle più remote descrizioni della pizzica risale al Ceva Grimaldi,che nel suo Itinerario da Napoli a Lecce, del 1818,sosteneva:<Diremo,esser le danze frequenti e lietissime in tutta la Terra d’Otranto.Le donne ballano con molta leggiadrìa,gli uomini senza affettazione:ma la Pizzica,che può dirsi danza salentina,è tra le più gentili che abbia mai Tersicore insegnata a’ suoi diletti adoratori:ci piace darne la descrizione.Una donna incomincia a carolar sola;dopo pochi istanti ella getta un fazzoletto a colui che il capriccio le indica,e lo invita a danzar seco.
Lo stesso capriccio le fa licenziar questo e chiamarne un’altro,e poi un altro,finchè stanca va a riposarsi.Allora rimane al suo ultimo compagno il diritto d’invitare altre donne,ed il ballo continua in tal modo sempre più variato e piacevole.Guai al mal’accorto che la curiosità conduce al tiro del fazzoletto fatale:la sua inespertezza,la grave età non gli possono servire di scusa;un dovere di consuetudine l’obbliga a non ricusare l’invito che riceve.La gioia dei circostanti è accresciuta da questo ridicolo spettacolo,e le maliziose danzatrici ridono del magico potere che la bellezza esercita nel mondo>.
Il giudice L.De Simone, nel 1876,ne La vita nella Terra d’Otranto,sosteneva che la pizzica salentina,con l’aggiunta di qualche regola coreografica,derivasse dalla Tanza de quiddhu ci la Taranta pizzica(danza di colui che viene morsicato dalla Tarantola),e che,quindi,rimanendo un medesimo accompagnamento ritmico,ad esempio con il tamburello ed altri strumenti,si eseguissero variazioni nella danza saltata di origine rituale.E’noto che,nella cultura popolare,siano i danzatori a modificare i movimenti delle danze secondo le occasioni e le funzioni proprie del momento,del contesto ,e più che delle vere e proprie regole coreografiche,sia il ripetersi di situazioni,in questo caso piacevoli(feste,ricorrenze,matrimoni),a determinare movimenti danzati che esprimono gioia,entusiasmo e sentimenti amorosi.
Una rara fotografia ( o immagine su lastra) degli inizi del Novecento,ripresa da G.Palumbo,nelle campagne della Grecìa salentina,raffigura alcuni contadini intenti al ballo della Tarantella,accompagnati da un flauto,un’armonica a bocca ed un tamburello suonati da dei ragazzi.Nell’immagine,ricomposta dal fotografo durante la sua indagine sulla civiltà contadina, ritroviamo le posizioni frontali delle due coppie miste,in atteggiamento di danza con un piede che avanza l’altro.Nell’O.N.D.Danze Popolari Italiane,del 1935,troviamo un’altra descrizione della pizzica:<La Pizzica-pizzica è una danza popolare di struttura semplice e schematica;le figurazioni sono poche e l’interesse sta nella resistenza dei ballerini a seguire il ritmo crescente.Questa antichissima danza caratteristica molto diffusa tra il popolo barese,viene eseguita in liete circostanze:Battesimi,Matrimoni,raccolta del grano,spannocchiatura,vendemmia,feste campestri ecc.Accompagnata da qualche strumento(chitarra,fisarmonica,tamburella,ecc.)una voce sola su parole improvvisate,canta con foga la Melodia ...mentre tutti gli astanti segnano il ritmo battendo le mani.Per turno la stessa Melodia viene ripresa da altri convitati;il ritmo della danza va sempre più aumentando in intensità e vivacità sino a culminare in un grido(a coro)di esultanza che ne segna la fine.
Nel D.E.U.M.M.(Dizionario Enciclopedico della Musica e dei Musicisti),Torino,UTET,1983,a pag.656,leggiamo,infine la più recente definizione di Pizzeca-pizzeca dovuta a D.Carpitella:<Tarantella pugliese in cui ogni donna balla successivamente con due uomini (e viceversa),al suono di una canzone accompagnata da strumenti quali la chitarra battente,la fisarmonica, la cupa-cupa, il tamburello.
E’ eseguita in occasione di feste paesane oppure per la terapia musicale del tarantismo>.
Giorgio Di Lecce
3. La pizzica-scherma (o danza-scherma)
E’ ancora frequente,oggi,questa forma di danza popolare in provincia di Lecce,in località Torrepaduli,frazione di Ruffano,in occasione della Fiera del bestiame e della Festa patronale di san Rocco,che ricorre tra il 15 ed il 16 agosto di ogni anno.
Oggi che le fiere hanno perduto in parte il loro ruolo prettamente economico,questa di Torrepaduli è diventata l’occasione di una tipica festa di mezza estate con le tradizionali processioni,luminarie,bande musicali,bancarelle e fuochi d’artificio,dove si beve,si mangia e ci si può divertire in famiglia o in compagnia.Una volta era l’appuntamento più atteso dell’anno per contadini,allevatori,artigiani e pastori,che si scmbiavano merci, bestiame,terreni e spesso regolavano i propri conti anche con mezzi non sempre leciti.Passata la mezzanotte,si formavano grandi ronde di suonatori di tamburelli,che per l’occasione avevano acquistato un tamburello nuovo,ed all’interno di queste ,mentre veniva scandito l’incessante ritmo delle pizziche salentine,si alternavano coppie di danzatori-sfidanti,che dopo un invito definito da una particolare stretta di mano,iniziavano una danza schermata,con attacchi e parate simulate dalle dita delle mani puntate come coltelli,che si concludeva puntualmente con l’eliminazione di uno dei due contendenti.
Mentre continuava la gara di resistenza dei suonatori,le sfide proseguivano fino all’alba con toni scherzosi e provocatori.Ma dietro questo apparente clima di festa e divertimento si veniva regolando ogni volta la superiorità territoriale (ad esempio riguardo alla posizione delle bancarelle o dei luoghi di vendita) o famigliare di un gruppo sull’altro:non mancavano i gruppi di zingari ,o commercianti di cavalli,provenienti dai paesi dell’est e poi stabilitisi nel meridione d’Italia,che si distinguevano per lo stile e la particolarità dei loro movimenti danzati.
Nell’ambiente e nel tempo della festa tutto era,ed è possibile e tutto è permesso,e quindi alle sfide partecipavano anche gruppi di malavitosi o ex-carcerati che sapevano destreggiarsi abilmente nei duelli appresi nei loro clan.A sostegno di questa origine trasversale della danza-scherma, vale la testimonianza dal carcere di Castellammare A. di Antonio Gramsci che in una sua lettera datata 11 aprile 1927,racconta di avere assistito personalmente ad un’Accademia di scherma effettuatasi, nella caserma dei carabinieiri, tra detenuti:<...Ancora due giorni con 60 detenuti.Vengono organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore;i Romani improvisano una bellissima accademia di recitazione,Pascarella e bozzetti popolari della malavita romana.Pugliesi,Calabresi e Siciliani svolgono un’accademia di scherma del coltello...Siciliani contro Pugliesi,Pugliesi contro Calabresi.Non si fa la guerra tra Siciliani e Calabresi,perchè tra i due stati gli odi sono fortissimi e anche l’accademia diventa seria e cruenta...I Pugliesi sono maestri di tutti:accoltellatori insuperabili,con una tecnica piena di segreti e micidialissima,sviluppata per superare tutte le altre tecniche.Un vecchio Pugliese di 65 anni,molto riverito,...sconfigge tutti i campioni degli altri stati;poi come clou,schermisce con un altro pugliese,giovane di bellissimo corpo e di sorprendente agilità...e per mezz’ora sviluppano la tecnica normale di tutte le scherme conosciute...Tutto un mondo sotterraneo,complicatissimo,con una vita propria di sentimenti,di punti di vista,di punto d’onore,con gerarchie ferree e formidabili ,si rivelava per me.Le armi erano semplici:i cucchiai,strofinati al muro,in modo che la calce segnava i colpi nell’abito>.
Attualmente,nella notte del 15 agosto a Torrepaduli,si vedono raramente duelli di danza-scherma fra anziani schermatori:prevalgono i momenti di pizzica de core alternati con qualche azione schermata da parte di giovani delle famiglie degli zingari o dei contadini più esperti.La massiccia presenza di turisti e curiosi configura questa forma danzata,come una dimostrazione di spettacolari abilità a cui assiste il folto pubblico della festa.
Giorgio Di Lecce
(G.Di Lecce,Tretarante-Le Tarantelle pizziche del Salento Galatina, Congedo Editore, 2001).
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